11 settembre: la forza degli eroi della quotidianità in fuga dalle torri

L’11 settembre 2001 è stato presentato, spesso, come una sconfitta, la prima vera, grande sconfitta degli US. È stato il primo momento nel quale la nazione più potente al mondo ha compreso la propria fragilità, la porpria debolezza, la propria insicurezza.

Invero, però, se proviamo a guardare il tutto sotto un’altra prospettiva, dal punto di vista umano, nel senso più profondo del termine, riconducendolo al discorso dell’UniCum, di una generazione di individui empatici e relazionali, che sanno di non potere vivere senza il prossimo, può essere considerato un trionfo.

Per ricordare i tragici eventi di 10 anni addietro, ascoltiamo insieme la descrizione di quanto accaduto ad un uomo, Adam Mayblum, che si trovava dentro la Torre 1.

Le sue parole riescono a cogliere perfettamente il significato più profondo dell’11 settembre, del dramma che si è rivelato un grande esempio di solidarietà, di amore per il prossimo, di forza e coraggio che provengono dall’essere insieme, dall’aiutarsi reciprocamente.

“Mi sono tolto la maglietta e l’ho strappata in 3 pezzi. L’ho imbevuta nell’acqua e ne ho dati due pezzi ai miei amici. Mi sono legato il mio pezzo intorno alla faccia perché mi facesse da filtro per l’aria. Ed abbiamo iniziato tutti a muoverci verso la scala. Uno dei miei più cari amici ha detto che voleva fermarsi là fino a quando la polizia o i vigili del fuoco fossero venuti a prenderlo. Nelle sale c’erano incendi causati da piccole scintille. Il soffitto era crollato nel bagno degli uomini: se n’era andato insieme a tutti quelli che c’erano là dentro. Visto che per loro, comunque, non c’era più niente da fare, non siamo neanche andati a cercare se c’era qualche sopravvissuto. Così abbiamo imboccato la scala di emergenza ed abbiamo preso con noi gli estintori che c’erano, giusto in caso di necessità.”

“All’85° piano io ed un mio collega coraggioso siamo ritornati dentro il nostro ufficio per trascinare fuori il mio collega che era rimasto là. Ma nella stanza non si respirava più,  c’era solo un denso fumo bianco. Abbiamo fatto il giro nell’ufficio e chiamavamo il nostro amico. Nessuna risposta. Deve essere morto per il fumo. Abbiamo abbandonato il nostro intento con tanta amarezza e dolore nel cuore e, sconfitti, ci siamo diretti verso la tromba delle scale.”

“Abbiamo proceduto fino al 78° piano dove abbiamo dovuto passare ad una scala diversa. Quel piano è il nodo principale per raggiungere i piani superiori. Mi aspettavo di vedere più gente: ci saranno state al massimo 50 o 60 persone. C’erano fili elettrici scoperti ed incendi ovunque. Tutto era invaso di fumo, troppo fumo. Un uomo coraggioso stava combattendo il fuoco con un idrante per le emergenze.”

“Mi sono fermato con degli amici per fare in modo che tutti quelli che c’erano nel nostro ufficio venissero identificati. Li abbiamo cercati tra la gente confusa nella tromba delle scale. Con il senno di poi, mi ricordo di avere visto Harry, il mio capo, che stava facendo lo stesso diversi metri dietro di me. Io ho solo 35 anni. Lo conosco da oltre 14 anni.”

“Ho guidato nella tromba delle scale due amici. Stavamo scendendo tutti in modo molto ordinato, molto lentamente. Niente panico. Almeno non panico palese. Le mie gambe non riuscivano a smettere di tremare. Il mio cuore batteva forte. Ridevamo tutti nervosamente. Mi sono lamentato per avere rovinato un paio di scarpe nuove di zecca strambando un piede, ma non mi ero fatto niente. Ridevamo tutti sempre più nervosamente. Abbiamo controllato i nostri telefoni cellulari. Sorprendentemente, c’era molto campo: il segnale era molto buono, ma il mio operatore non funzionava. Poi ho visto che il Blackberry funzionava e anche l’e-mail andava. Si prendeva una telefonata su 20, ma non era completamente impossibile chiamare. Sapevo di non potere raggiungere mia moglie così ho chiamato i miei genitori. Ho detto a loro quello che cosa era successo, che stavamo tutti bene e che stavamo cercando di scendere per uscire. Ben presto, mia cognata mi ha raggiunto. Ho detto anche a lei che stavamo bene e che ci stavamo spostando verso i piani inferiori. Io credo che fossi circa al 65 ° piano. Eravamo nervosi ed agitati, ma niente scene isteriche o di panico.”

“Ho chiamato anche il mio amico Angelo a San Francisco: sapevo che era in ansia per me. Era stupito di sentirmi al telefono. Mi ha detto di scendere che c’era un altro aereo sulla rotta verso il mio grattacielo. Non sapevo di che cosa stesse parlando. Ormai il secondo aereo aveva colpito la Torre 2. Eravamo così immersi nel nostro edificio che non abbiamo sentito niente. Non avevamo idea di che cosa stesse realmente accadendo.”

“Abbiamo lasciato passare i feriti perché scendessero davanti a noi. Non ne abbiamo fatti andare molti, solo alcuni. Nessuno sembrava gravemente ferito. Solo alcuni tagli e graffi. Tutti collaboravamo. Ognuno è stato un eroe in quella circostanza. Senza fare domande, tutti eravamo uniti nella stessa sorte e tutti ci preoccupavamo anche degli altri, quasi prima che di noi stessi.”

“Avevo dei colleghi in un altro ufficio al 77° piano. Ho provato decine di volte a chiamarli al cellulare o sulle linee fisse. È  stato tutti inutile. Più tardi ho scoperto che erano vivi. Uno dei tanti miracoli in un giorno di tragedia.”

“Al 53° piano ci siamo imbattuti in un uomo tarchiato seduto sulle scale. Ho chiesto se aveva bisogno di aiuto o se stava solo riposando. Aveva bisogno di aiuto. Sapevo che avrei avuto dei problemi a portarlo con me perché mi faceva malissimo la schiena. Ma io e il mio amico ci siamo offerti ugualmente di aiutarlo. Gli abbiamo detto che poteva appoggiarsi a noi. Ha esitato un po’, non so perché. Allora gli ho detto se voleva venire o che gli mandassimo degli aiuti. Ha scelto di attendere i soccorsi. Gli ho detto che era al 53° piano e che questo era quello che avrei raccontato ai soccorritori. Mi ha risposto che andava bene e così abbiamo ripreso il nostro cammino.”

“Al 44 ° piano il mio telefono ha squillato di nuovo. Erano i miei genitori. Erano terrorizzati. Ho detto a loro di rilassarsi, che io stavo bene. Mio padre mi diceva di uscire al più presto, perché c’era un terzo aereo che stava arrivando. Io ancora non capivo. Ero un po’ arrabbiato. Che cosa pensavano i miei genitori? Che avevo bisogno di essere incitato ad andare avanti? Non potevo fare spostare un migliaio di persone davanti a me più velocemente. Sapevo che mi amavano, ma nessuno all’interno della Torre 1 aveva capito quale fosse veramente la situazione. I miei genitori, invece, avevano capito perfettamente.”

“Da questo piano abbiamo iniziato ad incontrare i vigili del fuoco, i poliziotti e le altre unità di soccorso senza i cani. Avevo fermato molti di loro dicendo che c’era un uomo al 53° piano ed il mio amico all’87°. In seguito ho saputo la teribile fine che hanno fatto anche questi generosi soccorritori. Hanno cercato queste persone e, invece, hanno trovato essi stessi la morte.”

“Al 33 ° piano ho parlato con un uomo che in qualche modo mi ha dato ulteriori dettagli su quello che stava accadendo. Ha detto che due piccoli aerei avevano colpito l’edificio. Allora abbiamo tutti incominciato cercare di capire di quale gruppo terroristico si trattasse. Era un’organizzazione interna o straniera? Il parere unanime era che si trattasse di fanatici islamici.

Indipendentemente da ciò, ora sapevamo che non si era trattato di una bomba e che erano stati gli aerei a combinare il disastro e che, altri aerei potevano arrivare. Abbiamo capito.”

“Al terzo piano le luci si sono spente ed abbiamo ascoltato e sentito questo rombo che veniva verso di noi dall’alto. Ho pensato che la scala stesse crollando su se stessa. Erano le 10:00, quando è collassata la Tower 2 accanto alla nostra. Ma noi non lo sapevamo. Qualcuno aveva una torcia elettrica. Ci è passato avanti, sulla sinistra, per le scale e si è diretto lungo un corridoio buio ed angusto alla volta di un’uscita. Non potevamo vedere niente. Io mi raccomandavo che tutti mettessero la mano sulla spalla della persona che avevano davanti e che chi sentiva un ostacolo avvisasse chi lo seguiva così che anche gli altri lo potessero evitare. E così hanno fatto tutti. Il meccanismo ha funzionato perfettamente.”

“Abbiamo raggiunto un altro vano di scale e ho visto un ufficiale donna comparire bagnata fradicia e coperta di fuliggine. Ha detto che non potevamo proseguire per quella strada perché era bloccata e che dovevamo ritornare al 4° piano ed usare l’altra uscita. Ma, mentre, avevamo iniziato a tornare indietro, la donna ci ha detto di no, che quella via era ok e potevamo scendere. C’era acqua ovunque. Ho detto ancora a tutti di mettere la mano sulla spalla di chi avevano davanti, come prima, e la donna ha commentato molto positivamente la mia idea. È rimasta dietro per spiegare alla gente che doveva fare lo stesso. Non so che cosa ne sia stato di lei.”

“Alla fine siamo sbucati in una stanza enorme. Era piena di fumo. Poi abbiamo capito dove eravamo. Eravamo al secondo piano. Quello che si affaccia sulla hall. Siamo stati scortati fuori nel cortile. Il mio primo pensiero è stato di ricollegare quello che stavo vivendo ad un film che avevo visto in TV una volta che parlava degli effetti dell’inverno nucleare.”

“Non riuscivo a capire da dove venivano tutti i detriti che vedevo attorno. C’erano almeno cinque pollici di grigia fuliggine pastosa e macerie ovunque intrecciate ad acciaio e fili ingarbugliati. Alcuni dicevano che si vedevano sparsi anche organi umani e parti del corpo, ma io non avevo guardato. Era già abbastanza terribile.”

“Abbiamo cercato di ripararci e di fuggire in strada. Ci hanno detto di continuare a camminare verso Houston Street. La cosa strana è che c’erano pochissimi soccorritori in giro. Tutti devono essere stati intrappolati sotto le macerie della Torre 2. Continuavamo a non sapere e non capire da dove venivano tutti quei detriti. Poi ho incontrato il mio amico Kern e ci siamo abbracciati a lungo con grande tristezza. Abbiamo sentito da alcuni che la maggior parte dei nostri amici davanti a noi erano morti e noi non conoscevamo nessuno di quelli che venivano dietro a noi. Abbiamo trovato un ufficio postale a diversi isolati di distanza. Ci siamo fermati ed abbiamo alzato lo sguardo. Il nostro edificio, esattamente dove c’era il nostro ufficio, era avvolto dalle fiamme e dal fumo. Un postino ci ha detto che la Torre 2 era caduta. Allora ho guardato di nuovo e non c’era proprio più. Il mio cuore batteva all’impazzata. Abbiamo continuato a cercare di chiamare le nostre famiglie. Non riuscivo ad entrare in contatto con mia moglie. Finalmente ho trovato i miei genitori. Non ci sono parole per spiegare i loro sentimenti. Hanno rintracciato loro mia moglie per farle sapere che ero vivo. Ci siamo seduti. Una ragazza su una bicicletta ci ha offerto un po’ d’acqua. Proprio appena ha tolto il tappo dalla bottiglia abbiamo sentito un rombo. Abbiamo alzato gli occhi ed il nostro edificio, la Torre 1 era crollata. Non ho avuto il tempo di notarlo, ma mi hanno detto che erano le 10,30.”

“Eravamo fuori da circa 15 minuti e stavamo piangendo i nostri amici, in particolare quello che avevamo lasciato lassù in attesa di soccorsi perché pensavamo fosse morto. Poi ci siamo avviati  verso Union Square. Stavo andando al Beth Israel Medical Center per farmi visitare. Ci siamo fermati a sentire il presidente che parlava alla radio. Il mio telefono ha squillato. Era mia moglie. Sono caduto in ginocchio a piangere quando ho sentito la sua voce. Poi mi ha detto la cosa più incredibile. Il mio compagno che era rimasto là l’aveva chiamata: era vivo e vegeto. Si era perso nella confusione. Io e il mio amico abbiamo iniziato a saltare e ad abbracciarci e gridando di gioia. Ho detto a mia moglie che l’avrei chiamata un albero poco distante. Invece, sono riuscito a prendere un taxi e a farmi portare a casa.”

“Appena arrivato, ho pianto a lungo abbracciando mio figlio e sono stato abbracciato a mia moglie finchè non mi sono addormentato.”

“Il mio compagno, che pensavo morto, quello che credevo fosse rimasto sotto le macerie, era dietro di noi con Harry Ramos, il nostro capo. L’ho saputo dopo, con notizie di seconda mano. I soccorritori sono arrivati da Victor, l’uomo al 53° piano e lo hanno aiutato. Riusciva a malapena a muoversi. Il mio partner coraggiosamente e stupidamente ha testato l’ascensore prendendolo al 52 ° piano e ha raggiunto la lobby del 44°. Le porte si sono aperte, funzionava ancora. Poi è ritornato su e ha preso Harry e Victor. Non so se c’era anche qualcun altro con loro. Una volta giunti al 44° piano sono andati nella tromba delle scale. Da qualche parte intorno al 39-36° piano hanno sentito lo stesso rombo che avevo sentito io al 3° piano: la Torre 2 stava crollando. Avevano circa 30 minuti per uscire. Victor ha detto che non poteva più muoversi così gli altri due si sono offerti di portarlo in spalla. Continuava a ripetere di non poterlo fare. Il mio collega gli ha gridato di obbedire e non fare storie. Harry detto al mio collega di andare davanti a loro, aveva avuto un infarto  ed era preoccupato che potesse venirgliene un altro in quel momento. È una delle persone più gentili che io conosca. Non avrebbe mai abbandonato là un uomo. Il mio collega è andato avanti ed è uscito. Ha detto che era fuori forse da 10 minuti prima che l’edificio venisse giù. Ciò significa che Harry aveva forse 25 minuti per spostare Victor di 36 piani. Credo che riuscissero e scendere di un piano ogni 1,5 minuti, ma è solo una supposizione. Questo significa che Harry si trovava intorno al 20° piano quando l’edificio è crollato. A partire dalle 6:00 sua moglie non l’aveva più sentito. Temevo che Harry fosse morto. Tuttavia, poco tempo fa avevo sentito che era ancora vivo: c’è un sito web con i nomi dei sopravvissuti e c’è anche il suo nome. Purtroppo, però, Ramos è un nome abbastanza comune a New York. Ho pregato per lui e per tutti quelli come lui.”

“Per quanto riguarda i vigili del fuoco che sentivo al piano di sopra, mi rendo conto che stavano salendo nonostante fosse pericolosissimo. Ma, fa male sapere che avrei potuto farli muovere più in fretta per trovare il mio amico. Razionalmente, so che questo non è vero e che io non sono il responsabile. I responsabili sono nascosti da qualche parte su questo pianeta e li detesto per quello che hanno fatto oltre che per avermi fatto sentire così.

Ma devono sapere che non sono riusciti a terrorizzarci. Eravamo calmi. Quegli uomini e quelle donne che sono tornati sono stati dei veri e propri eroi di fronte a tutto questo.

Sapevano che cosa stava accadendo e hanno fatto il loro lavoro. Le persone comuni sono i veri eroi.

Oggi le immagini che in tutto il mondo associano al potere e la democrazia non ci sono più, ma “l’America” non è, semplicemente un’immagine, è un concetto. Tale concetto è rafforzato dal nostro sforzo collettivo, dal nostro impegnarci insieme come una squadra. Se volete ucciderci, basta che ci lasciate da soli, perché lo faremo da soli. Se volete rafforzarci, attaccateci e ci uniremo e combatteremo insieme per la vita. Questo è il fallimento definitivo del terrorismo contro gli Stati Uniti e il prezzo finale che paghiamo per essere liberi, per poter decidere dove vogliamo lavorare, quello che vogliamo mangiare e quando e dove vogliamo andare in vacanza. Nel momento in cui il primo aereo è stato dirottato, la democrazia ha vinto!”

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