Meglio una bugia di cortesia o un’amara verità?

Il tuo amico si presentasse con un taglio di capelli molto discutibile e ti chiede che cosa ne pensi. Quale è la tua reazione? Se fossi brutalmente onesto, potresti sicuramente ferirlo nei suoi sentimenti. È così? Che ne dici?

La maggior parte di noi in una simile circostanza sarebbe, probabilmente, incline ad optare per una risposta vaga o evasiva, del tipo: “è davvero unica!” o “particolare!”

La gentilezza, spesso, ci aiuta a superare situazioni sociali quantomeno imbarazzanti come questa e ci rende più facile conservare intatte le nostre relazioni.

È la strategia della diplomazia, del non dire per non ferire, del “è meglio una bugia innocente che un’amara verità”. Ma è davvero premiante questa scelta? Ne vale davvero la pena? Abbiamo pensato a quali possono essere le conseguenze del nostro gesto di carineria?

A chiederselo sono stati Jean-François Bonnefon e Wim de Neys del CNRS e dell’Université de Toulouse ed Aidan Feeney della Queen University, in un articolo pubblicato su Current Directions in Psychological Science, la rivista dell’Association for Psychological Science.

Gli autori suggeriscono che questo tipo di educazione può avere conseguenze disastrose, soprattutto quando la posta è davvero molto alta.

A loro detta ricorriamo a strategie di cortesia quando dobbiamo condividere le informazioni che potrebbero offendere o imbarazzare qualcuno oppure informazioni che danno ad intendere che qualcuno abbia commesso un errore o fatto una scelta sbagliata.

Più la questione è delicata, più è probabile che finiamo per adottare questo tipo di strategie di cortesia.

L’essere educati può, però, diventare problematico quando ci costringere a sacrificare la nostra chiarezza e trasparenza.

Le ricerche esistenti hanno mostrato che le strategie di cortesia possono rendere confuso il significato di affermazioni che, in altri contesti, sarebbe stato palmare.

Ed, ancora peggio, dicono gli autori, per elaborare questo tipo di affermazioni educato abbiamo bisogno di più delle nostre risorse cognitive.

Quindi, “dobbiamo pensare molto di più e sprecare molta più energia quando decidiamo di essere gentili, il che induce anche ad una serie di dubbi che cosa la gente intenda davvero quando dice qualcosa”, commentano gli autori.

Questa confusione ed incertezza può avere conseguenze particolarmente negative quando si tratta della sicurezza e della salvezza della gente. Ossia quando, per esempio, i piloti cercano di guidare un aereo in caso di emergenza o un medico cerca di aiutare un paziente a scegliere che tipo di cura seguire. La cortesia può, dunque, anche avere gravi conseguenze all’interno della cultura aziendale: la gente non volendo mettere in imbarazzo i capi, i proprietari, o propri collaboratori, esita a segnalare quando qualcosa sembra non vada bene, anche in casi di frodi o di colpe più o meno gravi.

Quindi, come possiamo riuscire ad aggirare la confusione generata da questo tipo cortesia?

Una possibilità è di incoraggiare le persone ad essere più assertive nelle situazioni particolarmente significative.

Così, alcune aziende, comprese le compagnie aeree, hanno addirittura istituito programmi di formazione all’assertività, ma non è ancora chiaro se funzionino davvero.

Un’altra opzione è di cercare di rendere più facile alla gente l’interpretazione e la decodificazione delle dichiarazioni di bugie di cortesia.

“Diciamo che c’è un particolare tono, una caratteristica prosodica che segnala in genere che stiamo usando la cortesia”, spiega Bonnefon.

Se possiamo identificare questo tono, si potrebbe “addestrare i piloti o altri professionisti a reagire intuitivamente a quel tono, per trattarlo come un segnale di attenzione”.

Mentre la cortesia può essere dannosa in certe situazioni, Bonnefon si premura di sottolineare che l’obiettivo di questa ricerca non è quello di favorire o di sdoganare la maleducazione generale o la villaneria: “la cortesia è ovviamente un comportamento molto positivo nella maggior parte dei casi”.

Invero nelle relazioni interpersonali il gioco della delicatezza, dell’empatia, del riuscire a dire e comunicare con gli altri senza offendere, senza creare attriti e tensioni è funambolico e ci mette, spesso, nelle condizioni di dover scegliere tra una bugia bianca, a fin di bene o un’amara verità.

Il problema è quando subentrano l’opportunismo, il buonismo, l’utilitarismo, quando, l’apparenza, la forma diventa più importante del contenuto.

Allora sarebbe, forse, meglio fare un passo indietro e ritornare ad un tipo di relazione più autentica, più pura, più schietta.

Quando correggere l’altro era un modo per dimostrare il proprio amore nei suoi confronti e non un tentativo di screditarlo, di sbeffeggiarlo, di distruggerlo.

Quando riconoscere un difetto non era un’offesa ma un’occasione per migliorare sempre più.

Quando avevamo l’umiltà di riconoscerci fragili, deboli, fallaci, quando eravamo consapevoli che solo cadendo si impara a camminare, solo superando le porve e gli ostacoli si va sempre più in alto, solo imparando a soffrire, a fare sacrifici, poi si apprezza fino in fondo la gioia, la felicità, la soddisfazione… si apprezza la vita.

Una Risposta to “Meglio una bugia di cortesia o un’amara verità?”

  1. Secondo me,bisogna sempre dire la verità,anche quella scomoda,purchè al momento giusto e col tatto giusto.La bugia a fin di bene può valere in casi eccezionali. Nell’ induismo la bugia è vietata,salvo che per aiutare o proteggere una persona.Ad esempio dire a chi cerca qualcuno per fargli del male che non sà dove si trova,pur sapendolo o, dire ad una brutta ragazza che è bella.

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