Perché il capodanno celtico inizia di sera?

Questa sera inizia il Capodanno Celtico.

Non avete mai notato che si inaugura sempre di sera e non di giorno?

Si tratta solo di un espediente magari anche di marketing?

Di una qualsiasi abitudine nata per caso e poi istituzionalizzata?

O c’è qualcosa d’altro, di più profondo?

Inutile dire che la risposta esatta è da ricercare negli angusti meandri della storia, nell’antico tempo dei Druidi e dei berserker, degli dei e degli eroi, delle fate e delle valchirie.

Per i Celti, come per varie popolazioni antiche, il tempo era circolare non lineare (per inciso è noto che a spezzare il cerchio, dando un senso ed una direzione alla storia è stato il cristianesimo).

Di conseguenza, il giorno celtico parte dal tramonto, anziché all’alba, come per noi oggi. Si tratta di un costume analogo a quello del sabato ebraico che parte dal calare del sole del venerdì e si conclude al tramonto del sabato stesso.

Se, dunque, il giorno principia con la sera anche la festività, incluso lo stesso capodanno celtico che ci accingiamo a festeggiare anche noi oggi, prendono avvio dalla sera prima.

Nella stessa logica si spiega anche perché, nella cultura celtica, il primo giorno dell’anno si celebra con Samhain, il 31 ottobre, quando la natura sembra ormai morta, piuttosto che come siamo abituati noi, prendendo come punto di riferimento gennaio, o come altre popolazioni, la primavera, al risveglio della natura stessa.

Perché, dunque, scegliere come incipit il periodo della morte, delle tenebre, dell’oscurità, del letargo, invece che quello della rinascita, dell’esplosione della luce, dei colori, della vita? 

La risposta è che il calendario celtico parte da Samonios, il mese dedicato alla “caduta del seme”, in altre parole, perché ricorda che “dalla morte e le tenebre, nascono sempre la luce e la vita.

In un certo senso è un percorso positivo e propositivo che ci ricorda le tenebre delle origini, il mistero del “da dove veniamo ” e “dove andiamo”, del caos dai quali si genera il cosmos. Il seme ha bisogno di morire nella terra per potere generare la pianta e i frutti.

Allora le tenebre hanno in sé la speranza, la promessa della luce che non è qualcosa di scontato, di certo, ma un cammino, una conquista.

A confermare la scelta celtica di collocare il proprio capodanno nel periodo dell’apparente morte della natura ed a darne una qualche spiegazione è un brano di Cesare, nel suo libro La Conquista dei Galli, (VI.18):

I Galli affermano di discendere tutti dal padre Dite [un dio della morte, dell’oscurità e dell’oltretomba] e dichiarando che questa è la tradizione conservata dai Druidi. Per questo motivo essi misurano i periodi di tempo non a partire dal dì ma dalla notte e nel festeggiare i compleanni, il primo del mese ed il primo giorno del nuovo anno, seguono il principio che la giornata inizia di notte.

IL CALENDARIO LUNARE

Un altro motivo dell’importanza data dai Celti alla notte nel calcolo del tempo è nella devozione che coltivavano nei confronti della luna e del principio femminile che essa rappresenta.

Invero, non mancano anche prove dell’attenzione dei Celti nei confronti  del Sole che celebravano in concomitanza dei solstizi e degli equinozi, con un particolare riguardo per il solstizio d’estate.

È vero pure che la pianta più sacra per i Druidi, ossia il vischio, è stata, spesso, associata al sole.

Tuttavia, il costante crescere e calare della luna è molto più importante in questa cultura.

I Celti hanno dimostrato tutto il loro rispetto e la deferenza per la luna non nominandola mai direttamente ma ricorrendo sempre ad una serie di eufemismi per definirla.

Tra i vari appellativi c’è  “gealach”, che significa “luminosità”.

Altre testimonianze di questa abitudine rimandano ai pescatori di Manx che, fino al XIX secolo, hanno continuato a chiamare  la luna “ben-reine ny hoie”, ossia la “regina della notte”.

Più convincente, però, è la prova che possiamo trovare nel calendario celtico.

Il calendario celtico più antico oggi conosciuto è quello di Coligny, conservato nel Palais des Arts di Lione.

Risale, probabilmente, al 1 ° secolo a.C., ed è formato da una serie di frammenti di bronzo che, in origine, costituivano un unico piatto di enormi dimensioni.

Sulla superficie c’era una scritta in caratteri latini, ma in lingua gallica.

Ogni mese inizia con la luna piena e copre un ciclo di 30 anni, a sua volta costituito da cinque cicli di 62 mesi lunari, ed uno di 61.

Il calendario suddivide ogni mese in quattordici giorni anziché in settimane, con giorni denominati come MAT (buono) o ANM (non buono).

Ed ancora, ogni anno è diviso in tredici mesi.

Il calendario di Coligny riesce anche a creare una complessa sintonizzazione tra i mesi solari ed i mesi lunari.

Che i Celti lo facessero per motivi filosofici o pratici, non è ancora stato definitivamente accertato, comunque, sta di fatto che si tratta di un sofisticato strumento per la misurazione del tempo.

LE FESTE CELTICHE ED IL CAPODANNO

Secondo la leggenda, quando il leggendario eroe irlandese Cu Chulainn stava corteggiando la bella Emer, ne aveva visto il seno ed aveva espresso, ad alta voce, il desiderio di “potere andare fino a là”. La risposta delle donna ci suggerisce l’importanza magica delle feste celtiche:

Nessun uomo che non sia rimasto senza dormire da Samhain al tempo di Imbolc, da Imbolc ai fuochi di Beltain e da Beltain al momento del raccolto di Lughnasadh, e da allora a Samhain, può andare là.

Questo ciclo è forse l’aspetto più interessante dell’approccio celtico al tempo ed è, certamente, quello che possiamo più facilmente seguire al giorno d’oggi.

Nel nostro tempo, la maggior parte di noi ha perso il contatto con i cicli delle stagioni e le feste occidentali che celebriamo sono sempre più un periodo ed un motivo per dedicarci allo shopping ed ai consumi, piuttosto che per riflettere sul trascorrere del tempo, sui cambiamenti, sulle trasformazioni. Così, osservando e partecipando alle feste celtiche (ma non solo, in generale, tutte le ricorrenze tradizionali che abbiamo ereditato dall’antichità) siamo in grado di riscoprire e riappropriarci di un senso del ritmo e della continuità alla nostra vita e del fluire del mondo.

Rievocare le nostre origini, ricercare le nostre radici, riscoprire il piacere e la positività di riarmonizzarci con la natura, con il mondo che ci circonda sono un modo per non lasciarci travolgere dalla frenesia, dall’ansia, dalla sindrome del coniglio bianco che ci hanno imposto l’epoca Moderna e Postmoderna.

Il capodanno celtico, come la festa di Halloween, o la cristiana commemorazione dei morti e dei santi, possono essere un’occasione per tutti noi, per recuperare una dimensione più umana del nostro tempo, per tornare a gustare il piacere della lentezza (slow living), del tempo delle emozioni, della mente, dello spirito, della natura e non quello incalzante e stressante scandito dagli orologi.

L’augurio, dunque, per questo inizio delle ricorrenze che andremo a celebrare  nei prossimi giorni è proprio che ciascuno di noi riesca a ritagliarsi un po’ di tempo da dedicare a se stesso, a guardarsi dentro, almeno per una volta, a “vivere” e non lasciarsi viviere.

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