L’Ecuador, come l’Islanda, dice no al debito pubblico

Proviamo insieme ad osservare quanto sta accadendo, a livello internazionale, per una volta, non tanto dal punto di vista meramente economico o politico ma anche socioculturale.

Mettendo, dunque, tra parentesi le questioni meramente finanziarie o ideologiche, negli ultimi tempi, abbiamo già assistito a due casi, del tutto ignorati dai mass-media, ma che, invece, iniziano a circolare sui social network e gli altri new media, di come, certi valori della nuova era si stanno radicando e sviluppando.

I due fenomeni hanno, curiosamente, in comune alcuni fattori: un vulcano dal nome impronunciabile, un popolo stremato, la decisione di cancellare il debito pubblico.

Il grande cambiamento introdotto dai social media, ha reso il concetto di partecipazione, non più una vaga utopia legata all’ideologia, appannaggi di qualche gruppo politico, più o meno radical chic, ma qualcosa di estremamente pragmatico, che contraddistingue la nostra quotidianità: ossia, usando un termine tecnico, si è normalizzato.

ECUADOR ED ISLANDA

Il particolare parallelismo riguarda, dunque, due terre negli emisferi opposti della Terra. Due nazioni con vulcani dai nomi difficilissimi da pronunciare. Uno è l’Eyjafjallajökull, che, in Islanda, poco tempo addietro, ha paralizzato il traffico aereo di mezzo, sbuffando nubi di ceneri bianche. L’altro, che da qualche anno, si è risvegliato, è il Tungurahua, in Ecuador.

Il parallelo, però, non finisce qui… perché quasi contemporaneamente ai fenomeni vulcanici, ci due paesi hanno assistito ad una sollevazione del popolo contro i poteri forti.

Ossia gli islandesi, mettendo in atto un’inusuale azione di democrazia partecipativa, si sono anche ribellati ai poteri forti della finanza globale così come il presidente ecuadoregno Rafael Correa ha dichiarato il debito estero che gravava sulle spalle dei suoi cittadini “illegittimo ed illegale”.

Alcuni vi vedono una sinergia quasi sovrannaturale, due diversi strumenti nelle mani di un unico potente flusso vitale che pare intercorrere tra la natura e gli esseri umani tesi, in varie parti del mondo, ad una sorta di ribellione contro i propri oppressori. Oppressori che, molti identificano, per l’una e per gli altri, come l’elite finanziaria che controlla l’economia globale, possiede corporazioni e multinazionali, governa le banche e gestisce i mercati. Così, da un lato, rende in schiavitù dei popoli, oppressi da debiti immensi, li priva dei propri diritti e della sovranità nazionale, dall’altro è responsabile, in un certo senso, di non pochi crimini ambientali i quali spaziano dalle emissioni nocive al fallimento dei vertici internazionali sul clima, dalla deforestazione ai disastri petrolieri.

Le vicende islandesi stanno, ormai, diventando note, grazie ad alcuni video che, da qualche giorno, rimbalzano nella rete.

Nella sperduta terra del nord, il popolo si è ribellato ai poteri forti internazionali ed ha dato vita ad un percorso di democrazia partecipata.

LA SITUAZIONE IN ECUADOR

In Ecuador, il paese si è trovato schiacciato, da una trentina d’anni circa, da un debito pubblico enorme. La storia è iniziata nel 1983, allorché lo Stato si era fatto carico, di fronte ai creditori, del debito estero contratto da privati, per un totale di 1371 milioni di dollari che, nel giro di sei anni, non è più stato in grado di pagare ed è cresciuto sino a raggiungere la soglia di 7 miliardi.

I creditori erano principalmente istituti di credito statunitensi. Nel contratto stipulato con il governo dell’Ecuador c’era una clausola che, dopo sei anni, il debito cadesse in prescrizione. Ma nel 1988, con un atto unilaterale, gli Stati Uniti decisero che, a dispetto di ogni accordo preso in precedenza e senza consultare l’altra parte, l’Ecuador avrebbe pagato ugualmente tutto il debito. Nessun membro del congresso ecuadoregno si è opposto alla risoluzione, che gli organismi statali hanno debitamente nascosto alla popolazione.

Nel 1992, il debito estero è stato scambiato con l’acquisto dei cosiddetti Buoni Brady che impegnavano il paese a pagare il proprio debito contraendone un altro, sul quale sarebbero maturati nuovi interessi.

Così le condizioni del Paese sono progressivamente peggiorate e si sono aggiunte anche varie clausole molto articolate e piuttosto confuse che il governo si è impegnato a rispettare.

Nel 2000 i buoni Brady sono stati sostituiti con i buoni Global, che hanno aggiunto alle vecchie condizioni nuove misure di austerità e privatizzazioni, sotto pressione di alcune banche che annoverano nomi quali JP Morgan, Citibank, Chase Manhattan Bank, Lloyds Bank, Loeb Roades, E.F. Hutton.

L’ANNULLAMENTO DEL DEBITO

La situazione è andata, via via degenerando sino al 2008 allorché il Paese si è scontrato con un debito che ha raggiunto l’insostenibile cifra di 11 miliardi di dollari.

Così, il presidente Rafael Correa ha deciso che “L’Ecuador non pagherà il proprio debito estero, in quanto è stato contratto in maniera illegittima”.

La relazione stilata da una commissione d’inchiesta che ha analizzato le cause e l’evoluzione del debito, ha mostrato, tra l’altro, che più dell’80% del debito è servito a re-finanziare il debito stesso, mentre solo il 20% è stato destinato a progetti di sviluppo. Si è reso così evidente che il sistema dell’indebitamento fosse un modo per fare gli interessi di banche e multinazionali, piuttosto che paesi costretti a subirlo. La Commissione è quindi giunta alla conclusione dell’illegittimità del debito estero dell’Ecuador e, perciò, del fatto che potesse non essere pagato.

Da allora, potendo utilizzare le proprie risorse per la crescita sociale e non più per il pagamento del debito, l’Ecuador è andato incontro ad uno sviluppo senza precedenti e la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita quasi del 15%.

CONCLUSIONI

I casi dell’Islanda e dell’Ecuador ci indicano che il ricatto del debito, utilizzato dai poteri forti della finanza globale per imporre misure drastiche ed impopolari, può essere interrotto.

L’enorme ed abnorme debito che grava sul mondo intero è solo, in minima parte nelle mani dei piccoli risparmiatori e dei cittadini. La maggioranza è riconducibile ai potenti e vasti gruppi finanziari che se ne servono lo usano per alimentare e gonfiare all’infinito il meccanismo suicida.

A livello socioculturale, i due rifiuti di pagare il debito pubblico mostrano una prospettiva nuova, profondamente diversa rispetto al passato che, invero, non si può ridurre semplicemente a qualche ideologa nota, perché rispecchia inediti valori, resi possibili da originali sensibilità d’un’attualità culturale che coglie appieno lo Spirito dei Tempi che sta emergendo.

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