Definizioni di democrazia e sovranità popolare: a voi l’interpretazione

Negli ultimi giorni stanno prendendo forma una serie di dinamiche e di fenomeni socioculturali, in parte, inediti che meritano una maggiore attenzione da parte di ciascuno di noi per poter essere compresi nella loro reale entità.

Come ho ripetuto ad oltranza nel passato, sulla base di varie evidenze di natura sia scientifica sia intuitiva (dettata da una profonda analisi della realtà attuale), sono una convinta sostenitrice del fatto che, con molta difficoltà, stia sorgendo e si stia diffondeneo una nuoova generazione di uomini. Soggetti che presentano, sempre più, i tratti distintivi dell’UniCum: un in-dividuo, originale, irripetibile, dotato di facoltà  molto particolari, protagonista della propria esistenza, proattivo e creativo, ossia un uomo che, però, trova la propria ragion d’essere non in se stesso, ma solo nella relazione con il prossimo, in un contesto all’insegna dellìempatia, della condivisione, della responsabilità personalke e socialle, di un’inedita multi-sensibilità.

Ovviamente, il numero di persone con simili caratteristichenon è ancora maggioritario anche se sta aumentando.

In una simile prospettiva e nella convinzione che, comunque, nessuno di noi sia un passivo automa in balia di manipèolatori ooccuti, un “pecorone” incapace di intendere e di volere, ma che, al massimo, sono le circostanze della vita, le abitudini, la mancanza di tempo, di volontà… ad indurci a scegliere e preferire comportamenti ed atteggiamenti apparentemente remissivi, non proattivi… alla luce di tutto ciò, oggi vi propongo, semplicemente, un elenco di definizioni di alcuni concetti molto evocati, a destra ed a manca, negli ultimi giorni…

Un semplice elenco che, spero, aiuti tutti noi a riflettere un poco sugli ultimi eventi ed a trarne delle considerazioni personali che, indipendentemente dall’essere poisitive o negative, ci consentano di formarci una nostra opinione sui fatti senza omologarci all’opinione pubbilca, ai mass media. Una scelta libera, ragionata  di una posizione che potrebbe essere anche concorde con tutti gli altri, ma nata non dall’inerzia, bensì da un atto voluto.

UN PAIO DI CONCETTI

Proviamo, dunque, a ragionare un po’ sui un paio di concetti:

DEMOCRAZIA

democrazìa s. f. [dal gr. δημοκρατία, comp. di δῆμος «popolo» e -κρατία «-crazia»]. –

1. a. Forma di governo nella quale il potere risiede nel popolo, che esercita la sua sovranità attraverso istituti politici diversi; in particolare, forma di governo che si basa sulla sovranità popolare esercitata per mezzo di rappresentanze elettive, e che garantisce a ogni cittadino la partecipazione, su base di uguaglianza, all’esercizio del potere pubblico: paese retto a democrazia; instaurare la democrazia; democrazia diretta o plebiscitaria, quando il potere è esercitato direttamente da assemblee popolari o mediante plebisciti; democrazia indiretta, rappresentativa, parlamentare, quando il potere è esercitato da istituzioni rappresentative. Democrazia popolare, espressione con la quale veniva indicata genericamente l’organizzazione politico-sociale dei paesi socialisti dell’Europa orientale e, in senso più ampio, di tutti i paesi socialisti.

b. per estensione. Paese retto democraticamente: le democrazie moderne, le democrazie dell’Europa occidentale.

2. La dottrina stessa, come concezione politico-sociale e come ideale etico, che si fonda sul principio della sovranità popolare, sulla garanzia della libertà e dell’uguaglianza di tutti i cittadini; anche l’applicazione pratica di tale dottrina, e l’insieme delle forze politiche che la sostengono: operare per il trionfo della democrazie; una democrazia in lotta contro i regimi totalitarî. Democrazia elettronica, l’utilizzazione delle nuove tecnologie elettroniche, specialmente Internet, al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alle decisioni che li riguardano in quanto tali e, ancora, di garantire la trasparenza nella gestione della cosa pubblica e la correttezza nella trasmissione delle informazioni.

3. non comune. Comportamento democratico, cioè affabile e cordiale, nei rapporti con i dipendenti e le persone di condizione sociale più modesta, determinato soprattutto da rispetto per i loro diritti e il loro lavoro: dare prova di democrazia; la sua democraticità non è una maschera ma è veramente spontanea (treccani.it)

UN PO’ DI STORIA

DEMOCRAZIA DIRETTA E OLIGARCHIE.In epoca storica la democrazia sorse presso alcune polisgreche, segnatamente le colonie ioniche dell’Asia minore (VII-VI secolo a.C.) e soprattutto Atene dal V secolo. In queste comunità ristrette le responsabilità politiche venivano delegate a singoli o a magistrature collegiali dall’assemblea di tutti i cittadini (maschi e liberi) o per sorteggio e per periodi in genere non superiori all’anno. La formulazione teorica venne da Aristotele (IV secolo a.C.), che contrappose la democrazia alla “monarchia” (governo di uno solo) e all'”aristocrazia” (governo di uno strato sociale superiore). Anche a Roma, caduti nell’VIII secolo a.C. i re, il populusaveva base ristretta: le massime magistrature erano elette dagli uomini in grado di portare le armi. Le magistrature, tutte collegiali, non esercitavano però poteri totali. La direzione politica fu per secoli (VIII-I a.C.) saldamente in mano al Senato, rigorosamente riservato ereditariamente (quindi non elettivo) a un ristretto gruppo di famiglie “nobili” (poi gradualmente ampliato). Magistrati e Senato avevano dal 494 a.C. un limite nell’invalicabile potere di vetodel tribuno della plebe, elettivo. Gli stranieri assoggettati ottennero il diritto di partecipare alla democrazia romana attraverso la cittadinanzaman mano che si ampliavano i domini di Roma (finché nel 212 d.C., quando aveva ormai perduto ogni influenza sul potere reale, essa fu estesa a tutti i sudditi liberi dell’impero), ma donne e schiavi continuarono a esserne esclusi. Il declino e il crollo delle democrazie antiche non consistette nella distruzione delle loro istituzioni (piuttosto snaturate e svuotate che abolite). Esse erano fatte per pochi (oligarchia), che ne persero il controllo, mentre se ne avvantaggiarono molti altri che erano stati ammessi a parteciparvi, ma che non trovarono in quegli istituti strumenti adeguati di rappresentanza. Da qui il sorgere di poteri personali di mediazione (vedi cesarismo). L’elezione del re, sia pure a vita, da parte dei guerrieri presso le popolazioni germaniche che penetrarono nei territori dell’impero romano (III-VIII secolo) conferma l’origine oligarchica della democrazia prevista per comunità limitate. Il meccanismo feudale, dai Carolingi (IX secolo) in poi, adattò l’esigenza di controlli incrociati e di limiti ai privilegi personali a una società etnicamente, religiosamente e socialmente mutata nel profondo in seguito all’avvento del cristianesimo, al declino dello schiavismo e alla fissazione della forza lavoro alla condizione sociale di nascita. Il messaggio evangelico fomentò tuttavia per tutto il Medioevo una ricorrente predicazione egualitarista che sfociò spesso nella creazione di comunità, ancora una volta ristrette, rette a democrazia diretta, non di rado estese anche alle donne, ma sempre perseguitate spietatamente come eretiche dal potere politico-religioso, che se ne sentiva minacciato. Anche nei comuni, nelle repubbliche cittadine, nelle città libere dell’impero, dopo il Mille il potere venne parzialmente delegato da un’oligarchia, spesso con strumenti elettivi sofisticati misti al sorteggio (come nel caso di Venezia), ad apposite magistrature (talvolta assegnate, per maggior cautela, a forestieri, come nel caso dei podestà), che non furono mai espressione di tuttigli strati della società. Qui però il “popolo”, pur escludendo sempre le donne, assunse contorni e consistenza più precisi man mano che all’aristocrazia feudale ed ecclesiastica si contrappose la borghesia, particolarmente gelosa delle proprie immunità corporative e appellantesi a un potere superiore contro la prepotenza aristocratica. Proprio allora la sovranità popolare venne teorizzata da giuristi regalisti, per i quali cioè il “popolo”, astratto insieme di soggetti sociali non precisati, delegava una volta per tutte il proprio potere al sovrano, re o imperatore che fosse. D’altronde, in ambito germanico, la monarchia rimase fino alla caduta del Sacro romano impero (1806) formalmente elettiva, ma ovviamente il corpo elettorale era ridotto a un ristrettissimo novero di grandi signori e prevaleva la consuetudine di ratificare elettivamente, salvo eccezioni, una successione ereditaria. Perfino l’elezione del pontefice non si sottrasse mai, eccettuata l’ereditarietà, a questa regola. La disputa interna ai regalisti (e, per la Chiesa, tra conciliaristi e non conciliaristi) consisteva semmai sulla revocabilità o meno del potere da parte del corpo elettorale. La democrazia funzionava cioè a quegli alti livelli come funzionava all’interno di ciascun corpo in cui era suddivisa la società di ordini, ciascuno dei quali sovrano nel proprio ambito e al di sopra dei quali faticò a imporsi lo stato come cosa di tutti. Questo pensava invece N. Machiavelli (1469-1527) quando contrapponeva al principato(regime monocratico) la repubblica(regime, anche monarchico, ma articolato e con pluralismo di poteri). La Riforma protestante riprese il concetto di democrazia estendibile a tutti i fedeli come comunità di credenti, ma ben presto prevalsero o il modello gerarchico cattolico o quello settario-teocratico delle singole confessioni. Anche la rivoluzione inglese della metà del XVIII secolo, per tanta parte alimentata dal calvinismo, represse con ferocia le sue frange più accanitamente egualitariste e democraticiste e sfociò in una dittatura (O. Cromwell) che volle addirittura farsi ereditaria, ma che non poté resistere all’organismo di rappresentanza di ordini tipicamente medievale, il parlamento. In seguito (1688) quest’ultimo ottenne una monarchia costituzionale limitata da un sistema di contrappesi istituzionali. In questo senso già J. Althusius (1557-1638) aveva corretto l’indicazione machiavelliana, parlando di poliarchiainvece che di repubblica (1603).

VOLONTÁ POPOLARE, CONTRATTUALISMO E DEMOCRAZIA RAPRESENTATIVA. L’assolutismofece coincidere l’astratta “volontà popolare” con la volontà divina, base del proprio diritto a regnare senza limiti codificati (ma con molti limiti reali), mentre premevano le teorizzazioni giuridico-filosofiche: U. Grozio (1583-1645) e J. Locke (1632-1704), in forme e con intenti diversi, richiesero la restituzione della sovranità alla comunità popolare (sempre più o meno esplicitamente limitata alla parte aristocratico-borghese), che delegava per contrattorevocabile (riconosciuto anche dal teorico dell’assolutismo T. Hobbes, 1588-1679) il potere al sovrano. Furono le riflessioni degli illuministi ad avere l’incidenza più profonda sullo sviluppo concreto della democrazia. J.J. Rousseau (1712-1778) riprese un concetto “puro” di democrazia diretta ed egualitaria. C. de Montesquieu (1689-1755), sull’esempio poliarchico inglese, teorizzò la distinzione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Voltaire (1694-1778) e altri formularono un’ampia base concettuale per la codificazione della parità di diritti fra tutti gli uomini. La democrazia di modello greco-romano, con caratteristiche analoghe e gli stessi limiti, rivisse soltanto con la nascita degli Stati Uniti d’America e quindi, tra infiniti contrasti, nella fase monarchico-costituzionale (1789-1792) e repubblicana (1792-1804) della rivoluzione francese. Rispetto al modello però prevalsero, con l’allargamento della comunità sino ai confini della nazione, le istituzioni della democrazia rappresentativa (o parlamentare), in cui la sovranità viene delegata dal “popolo” a un organo rappresentativo e in parte a un corpo elettorale intermedio (come quello che negli Stati Uniti elegge il presidente). Ciò rendeva per la prima volta operante di fatto il principio di maggioranza, in quanto da allora quella parte del popolo che non si sentiva rappresentata dall’operato dei magistrati eletti dalla maggioranza del parlamento, era tenuta, fino al rinnovo periodico di quest’ultimo, a rispettarlo ugualmente. La distruzione delle corporazioni e dei ceti intervenuta per queste vicende e per la rivoluzione industrialemise, nell’Europa ottocentesca, il principio astratto di democrazia in rapporto diretto con un “popolo” che assumeva i contorni concreti delle masse di borghesia e di proletariato urbano in lotta per garantirsi tutela giuridico-sindacale e rappresentanza politica, anche con dei passi indietro di tipo cesarista (come il bonapartismo). Questa lotta si intrecciò con quella di indipendenza nazionale di molti popoli (proseguita ancora per tutto il XX secolo anche dai popoli coloniali), volta a identificare le singole comunità di popolo detentrici di potere sovrano entro un determinato ambito territoriale. Con il socialismo scientifico anche il concetto di democrazia assunse un significato nuovo. K. Marx (1818-1883) ne denunciò il carattere astratto e i limiti di classe della sua applicazione (che per lui nascondeva di fatto una dittatura della borghesia). La battaglia per l’allargamento dei fruitori del diritto di voto fino al suffragio universale, anche femminile, costituì uno dei cardini del movimento operaioe, alla lunga, uno dei suoi più cospicui successi. Ciò attenuava i difetti denunciati da Marx, rendendo le élite più direttamente sensibili al consenso delle masse. Questo processo costrinse anche coloro che non si riconoscevano nel programma dei partiti socialisti a organizzarsi in partiti per partecipare alla competizione democratica per la formazione delle maggioranze. Da allora il partito divenne strumento indispensabile della democrazia. La rivoluzione d’ottobrein Russia (1917) pretese di sostituire alla democrazia formale “borghese” la democrazia sostanziale della “dittatura del proletariato”, presto tramutatasi in dittatura del Partito comunista e in dittatura personale (vedi Stalin). Altri paesi furono assoggettati tra gli anni venti e trenta a regimi totalitari, che perseguirono la nazionalizzazionedelle masse (fascismo) ma non poterono eludere mai il problema del consenso. Processi analoghi si verificarono dopo la Seconda guerra mondiale nelle democrazie popolarie nei paesi affrancatisi dal colonialismo. La disuguaglianza socioeconomica continuava a non trovare soluzione e, anche nei paesi a democrazia rappresentativa, si trasformava in problema economico per le necessità di crescita del mercatoinsite nel capitalismo. Vi si fece fronte in modi diversi, ma quello che meglio si attagliò alla democrazia rappresentativa (vigente dopo la sconfitta del nazifascismo nel 1945 in Europa occidentale, in gran parte dell’America e in vari paesi asiatici) fu il welfare state, che, fornendo garanzie minime di base all’esistenza dei lavoratori, li associava, anche in forme conflittuali, alla gestione dello stato “di tutti”, democraticamente fondato, benché permanesse la limitazione della gestione reale del potere a quella che G. Mosca (1848-1941) definì la classe politica (perpetuantesi di fatto perfino per via ereditaria). Il crollo dei regimi comunisti e la dissoluzione dell’Urss (1989-1991) costrinsero nuovi popoli a cimentarsi per la prima volta con gli infiniti problemi della democrazia, ma crearono sotto molti aspetti, anche economici, una situazione nuova in tutto il mondo. Esaurito il welfare stateper limiti economici invalicabili, nei paesi avanzati, divenuti meta di migrazioni internazionali sempre più pressanti, vacillarono le certezze “nazionali” su cui ciascuno aveva fondato in concreto la propria prassi democratica e sempre di più si mise a nudo la coincidenza tra democrazia rappresentativa e mercato capitalistico, insufficiente a dare volto, rappresentanza e potere alla miriade di realtà etniche, religiose, filosofiche, oltre che economiche e sociali (senza contare le persistenti discriminazioni di genere), da cui sono formati i popoli. (cfr. dizionario di storia moderna e contemporanea)

SOVRANITÀ POPOLARE

Il principio della sovranità popolare si inserisce tra i principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana.

L’art. 1 della Costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica, fondata sul lavoro e che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Con ciò il legislatore ha voluto dare la possibilità a tutti i cittadini di partecipare direttamente o indirettamente alle decisioni del governo.

Tale possibilità viene esercitata dai cittadini mediante il diritto di voto. (wikipedia)

Per sovranità popolare si intende, dunque, che la sovranità appartiene al popolo. L’origine ed il fondamento di ogni potere pubblico è il popolo ossia la collettività nazionale. Sovranità popolare significa anche che il popolo è il destinatario delle attività dei pubblici poteri: leggi, sentenze, atti amministrativi che servono a curare gli interessi dei cittadini.

UN PO’ DI STORIA

La sovranità popolare è una concezione politica e giuridica, tesa a legittimare l’idea che la fonte originaria del potere risieda nel popolo, inteso come comunità dei cittadini. La cultura filosofico-politica romana e medievale assecondò il principio della separazione fra titolarità ed esercizio del potere, operando così una distinzione fra la teoria democratica della sovranità popolare e l’organizzazione pratica delle entità statuali: questa finzione avrebbe dovuto consentire al principio di mantenersi incorrotto, mentre la vita politica europea andava strutturandosi in base a una pura logica di potenza. Nei secoli XVII e XVIII, alla sovranità popolare di ascendenza classica si affiancò quella di impronta contrattualistica. Essa ipotizzava un pactum societatis, un accordo, cioè, fra tutti i cittadini sui fondamenti della convivenza civile, e, in seconda battuta, un pactum subiectionis, cui spettava il compito di definire le modalità che avrebbero dovuto sorvegliare il processo di delega del potere (totale o parziale, revocabile o irrevocabile, definitiva o temporanea). Attraverso il contrattualismo, la teoria della sovranità popolare lasciava l’empireo delle disquisizioni dottrinali per trovare realizzazione nel costituzionalismo moderno. Nel Contratto sociale di J.-J. Rousseau (1762), grazie al ricorso alla volontà generale, espressione collettiva del popolo unito in assemblea, il pactum subiectionis non implicava la traslazione di poteri a un certo numero di rappresentanti, ma la semplice obbedienza alla legge comune. In questo caso la sovranità popolare s’inverava in un governo gestito direttamente da tutti i titolari del diritto di cittadinanza. Gran parte dei movimenti politici e rivoluzionari del XIX secolo avrebbero attinto a essa (nelle sue varie accezioni, parlamentari o giacobine) per propiziare mutamenti di regime in senso democratico. Per quanto minata nelle sue basi concettuali dalle varie scuole ispirate al realismo politico, da quella marxista a quella elitista, la sovranità popolare rimase alla base delle moderne liberaldemocrazie, che la ritengono non solo principio informatore dell’organizzazione istituzionale dello stato, ma fonte inesauribile e finale del potere supremo: un potere che, nella civiltà giuridica occidentale, s’identifica con il momento costituente, punto d’origine di un nuovo ordinamento. In questa prospettiva, data la prassi ormai consolidata che scandisce il delicato passaggio da un’espressione della volontà nazionale a un’altra (referendum, assemblee elette appositamente, redazione di carte ratificate dal voto popolare), si può ritenere che la moderna sovranità popolare trovi realizzazione nell’affermazione piena e matura del contrattualismo democratico. (cfr. dizionario di storia moderna e contemporanea)

CONCLUSIONI

Ripeto che, oggi, di proposito, mi sono limitata a riportarvi fedelmente dei testi senza commentarli, per non influenzarvi, ma, semplicemente, per darvi qualche spunto sul quale riflettere…

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