Culture ed identità: alcune riflessioni

Che cosa hanno in comune un adolescente milanese, un elettricista trentenne ed una giornalista paralizzata?

Tutti hanno o appartengono ad una qualche cultura e sono dotati di un’identità.

Nessuno se ne può esimere perché sono parte dell’essere umano.

Importante è che la diversità umana è basata proprio su questi due fattori. E non c’è modo di aggirare la nostra diversità. A parte poche eccezioni, chi potrebbe volerlo?

La diversità ci rende unici ed irripetibili, distingue gli uni dagli altri ed arricchisce il nostro mondo. Saremmo un gruppo pateticamente noioso se condividessimo tutti la stessa identità o se fossimo appiattiti su un’unica dimensione culturale.

In realtà, probabilmente, non avremmo Mi potuto raggiungere i livelli evolutivi ai quelli ci troviamo oggi, se ci fosse esclusivamente una cultura ed un’identità.

IDENTITÀ E CULTURA?

Di che cosa si tratta, esattamente? Che cosa sono la cultura e l’identità?

Invero, la definizione riportata sul vocabolario, non rispecchia, ciò che ciascuno di noi pensa e sente nel proprio cuore, personalmente.

Il confine tra l’una e l’altra varia a seconda della percezione che ciascun individuo ha di se stesso di e del suo modo di vedere il mondo.

CULTURA GENERAZIONALE ED IDENTITA’ TERRITORIALE

Michele, uno studente quindicenne, vede la cultura come uno “stile di vita e ciò che le persone fanno come le attività sociali o lavorative” e l’identità alla stregua di “come uno sente se stesso.”

Invitandolo a fingere di dover scegliere tre parole per descriversi a chi non lo conosce, Michele risponde: “ragazzo milanese e studente”. Prima di tutto si vede come un ragazzo, un adolescente ed è molto preoccupato per come il mondo vede e considera i teen-ager. La nazionalità è una questione secondaria, per questo motivo si sente collegato agli adolescenti di tutto il mondo. Egli sente come ‘sua cultura’, proprio l’essere un adolescente…

È quello che in sociologia, si definisce il senso di appartenenza generazionale, ossia il riconoscersi in un gruppo di persone che condividono alcuni valori, stili di vita, prodotti culturali, abitudini, principi… che esprimono in modo eminente una determinata epoca e, spesso, ma non necessariamente, hanno un’età piuttosto simile.

Essere un milanese è la sua identità, anche se ammette di non averci mai pensato prima di adesso. E pare siano proprio la recente crisi ed i suoi fenomeni collaterali ad avere risvegliato in lui un desiderio di  riscoprire la propria identità territoriale, il legame con la sua Città.

CULTURA ED IDENTITÀ FORGIATE DALLE ORIINI

Paolo è un elettricista di 30 anni ed ha una vera passione per la musica.

È un marito molto premuroso e padre di due figli piccoli.

A sua detta “la cultura e l’identità vanno a braccetto”. paolo è stato cresciuto, da una madre veneta, vedova di un artista trentino. Alla morte dei suoi nonni trentini, Paolo si è reso conto di volerne sapere di più sulle proprie origini.

Fino a dieci anni fa, aveva solo una conoscenza generica delle tradizioni e della cultura trentina. Ma poi, pian piano, ricercando in biblioteca e su internet, ha ricostruito la storia della sua famiglia, della sua gente.

L’impegno, anche economico-finanziario, che ha messo nel ripercorrere a ritroso la propria storia, non è solo per la sua conoscenza personale per ravvivare il proprio senso e la propria consapevolezza nei confronti della cultura e dell’identità dalle quali proviene e che lo hanno plasmato, ma anche per trasmettere questo immenso patrimonio anche ai suoi figli.

LA CULTURA E L’IDENTITÀ DEL DISABILE

Che cosa risponde Barbara, giornalista, poeta, cantante e grande sostenitrice della causa delle persone disabili, a chi sostiene che non esiste una cultura della disabilità? “Mi piacerebbe dire che sono molto abituata a questo tipo di negazionismo. Solo i disabili vivono e capiscono davvero la nostra situazione perche esperiscono sulla propria pelle il modo nel quale veniamo, spesso, trattati”.

Barbara è su una sedia a rotelle da ventidue anni e non si esime dal risponder quando le viene chiesto di parlare del percorso culturale che ha seguito in questo ventennio. “La cultura della disabilità è indiscriminata e basata su uno scherzo del destino da quando uno vi entra a far parte. È l’unica cultura che funziona in questo modo.”

È forse il caso di sottolineare che Barbara usa la parola ‘quando’ non ‘se’.

Barbara ha un’ampia conoscenza della cultura della disabilità… un’esperienza che è, nel contempo, personale ed accumulata raccogliendo quella di altri disabili. Nella sua ricerca-studio sulla cultura della disabilità, la giornalista ammette di avere creato in lei anche una speciale sensibilità empatica, ossia di averle insegnato ad identificarsi anche con altre culture. “Ad esempio”, spiega, “con la cultura dei poveri, dei reietti di chi, come molti disabili, è in uno stato di oppressione, discriminazione, chi lotta per i diritti civili, per avere una casa, un posto di lavoro ed una congrua visibilità sui vari media”

Le discussioni comuni sulla disabilità, così come molte altre forme di emarginazione sociale, non devono essere trascurate, ma piuttosto prese in attenta considerazione.

Invero, però, abbiamo visto spesso, in passato, che i nuovi eroi della quotidianità, quando sono, in qualche modo, differentemente abili, hanno dentro di sé una tale forza, una tale grinta, una tale energia che non si sentono affatto disabili né si riconoscono un una simile categoria. Anzi, sono capaci di vivere una vita che, paradossalmente, è, spesso, molto ‘più normale’ di quella dei normodotati.

CONCLUSIONI

Diverse culture e diverse identità che sono sempre, e comunque, cangianti.

Michela sa perfettamente che, ad un certo punto, non sarà un teen-ager e si dovrà identificare come un adulto.

Paolo si aspetta che la sua identità si rafforzi mentre cerca informazioni sulle culture dei suoi antenati. Barbara ha sentito la sua identità di scrittrice e di poetessa molto prima di quelle di disabile, eppure oggi convive con tutte queste e molte altre, senza porsi tanti problemi.

Cultura ed identità non sono, come molti credono, semplici classificazioni, concetti, schemi mentali.

Sono, invece, il tessuto connettivo, la struttura dell’umanità in tutte le sue possibili varianti.

Chi tenta di disgiungerle si cimenta in un’impresa disperata perché è come se volesse separare la pelle dalle ossa e dire che ciò che resta è ancora un corpo.

Chi siamo? Qual è la nostra cultura? Quante culture ed identità abbiamo? Come sono cambiate? Cambieranno?

Queste sono domande difficili ma vale la pena di porcele.

Quando accettiamo e definiamo le nostre culture abbiamo la possibilità di sviluppare un ulteriore punto di orgoglio personale. La nostra cultura è l’unico patrimonio che mai nessuno potrà sottrarci: dipende solo da noi se continuare ad alimentarla, ad accrescerla, a coltivarla, oppure se lasciarla avvizzire, seccare e deperire.

E quando ci sentiamo fortemente radicati e saldi nella nostra cultura e ci sforziamo di proteggerla, di difenderla, di onorarla, siamo più in grado di rispettare le persone di altre culture.

Lo stesso vale per le identità che ci formano. Abbiamo un’identità multipla, sfaccettata, eppure ogni sua manifestazione ha un denominatore comune con tutte le altre e questo filo rosso siamo noi stessi, i valori nei quali crediamo, i principi per i quali lottiamo, ciò sul quale costruiamo la nostra vita, il filo che utilizziamo per intessere le nostre relazioni interpersonali, i nostri legami emozionali.

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