Christina Symanski: la paralitica che si è uccisa per amore o per…

Ci sono gli eroi della quotidianità, persone che vivono la vita di tutti i giorni in modo tanto ‘normale’ da dimenticare e far dimenticare a chi li circonda di essere disabili o portatori di handicap.

Persone che sono tanto eccezionali da indirci a credere che la loro extra-ordinarietà sia davvero normale, naturale, come, per esempio, chi si occupa di volontariato, dei poveri, degli ammalati, degli anziani, degli emarginati o, più semplicemente, chi vive con empatia ed attenzione nei confronti del prossimo.

Oggi, però, vorrei riflettere con voi, su un’altra sfaccettatura della questione, partendo dalla storia di una ragazza disabile della quale si sono occupati molti media al mondo negli ultimi giorni.

 

LA STORIA

Christina Symanski, una ex insegnante, ventiquattrenne del New Jersey, costretta su una sedia a rotelle per un incidente, ha deciso di uccidersi non toccando cibo per non essere di peso al proprio fidanzato.

I due si sono incontrati, per caso, ad un semaforo: Jimmy aveva bisogno di indicazioni stradali che Christian non gli ha saputo dare. Alla fine si sono scambiati i numeri di telefono e, dopo qualche tempo, la ragazza l’ha richiamato ed hanno iniziato a frequentarsi ed a piacersi ogni giorno sempre di più, sia caratterialmente sia esteticamente. Come ha scritto Christina sul suo blog, “Sentivo come se ci conoscessimo da sempre. Fino a quel momento della mia vita, non avevo mai incontrato un ragazzo così divertente e dal quale mi sono sentita subito attratta. Mi sono innamorata di lui sin da subito”.

L’incidente che l’ha resa paralitica è accaduto il 4 giugno 2005. Essendo la casa di una sua zia libera, aveva deciso di trascorrere un po’ di tempo in compagnia del fidanzato, dei cugini ed alcuni amici.

Nelle prime ore di quel mattino Christina decise di fare un bagno in piscina e, non immaginando che fosse poco profonda, si è tuffata: l’impatto l’ha lasciata paralizzata.

Al momento dell’incidente i due erano insieme da sei mesi e  stavano già andando a convivere ed avevano parlato di matrimonio, di figli, di creare una famiglia. Nel blog, Christina ha descritto anche la loro storia d’amore e come si erano innamorati. ”Sapevo che non sarei mai più potuta migliorare ma solo peggiorare. Non sopportavo l’idea che Jimmy dovesse proseguire a subire l’inferno della mia vita che stava rovinando anche la sua”.

“Tutto quello che potevamo fare da quando ero rimasta paralizzata era di piangere, in ogni singolo momento. Così, ogni secondo è diventato una tortura mortale ogni secondo mi ha via via ucciso. Volevo per lui una vita migliore di quanto io gli potessi dare. L’ho amato troppo per essere egoista. Ho dovuto lasciarlo andare, anche se questo mi ha distrutto, mi ha ucciso e questo è, esattamente, quello che ho fatto: mi sono uccisa”

Christina descrive il periodo dopo la rottura con Jimmy il momento peggiore, in assoluto della sua vita e d il vero inizio della sua morte.

L’idea di suicidarsi le è nata seguendo l’esempio di un tetraplegico incontrato in una casa di cura: egli aveva smesso di mangiare e bere ed era morto di infezione due settimane più tardi.

Ma l’agonia di Christina è stata assai più lunga ed estenuante perché si è spenta solo due mesi dopo l’ultimo pasto a base di salsiccia ripiena di noci.

Negli ultimi 60 giorni ha smesso completamente di prendere farmaci ed ha bevuto solo un sorso d’acqua.

È morta tra le braccia di sua madre, Louise Ruoff che, ha, così, tenuto fede alla promessa che aveva fatto alla figlia: ‘Sono stata con te il giorno nel quale sei venuta al mondo e io sarò con te quando lo lascerai”

 

QUALCHE RIFLESSIONE

Premesso che, davanti ad una vita umana che si spegne, è sempre necessario il massimo rispetto, la massima con-passione e solidarietà, in senso ampio, l’aspetto sul quale vorrei riflettere insieme non è né la morte in sé, né il fatto che la giovane, come di usa dire oggi in modo un po’ ipocrita, diversamente abile.

La questione è che Chistina si è lasciata morire di fame per non essere più di peso e per consentire al suo fidanzato di iniziare a guardare avanti, al futuro.

Senza nessun tipo di inutile retorica,di fronte ad un simile evento, è naturale che ci sorgano delle domande etiche e morali.

Ammesso che nella nostra tradizione e cultura di matrice cristiana, il suicidio è sempre un grave peccato contro la vita, contro un dono che ci è stato dato gratuitamente, diventa molto complicato quando una persona isi toglie la vita per amore di un’altra.

A differenza di molte delle storie degli eroi della quotidianità che abbiamo affrontato nel passato, qui possiamo vedere che l’approccio di Christina al suo problema, il modo di viverlo ed affrontarlo è depressivo. Non lotta per superare le difficoltà, in un cero senso le subisce fatalisticamente, non reagisce, non le considera una sfida per migiorare, non un punto di partenza ma un arrivo.

Certo è, difficile, difficilissimo non lasciarci travolgere dalle situazioni negative, da ciò che ci impedisce di avere un’esistenza ‘normale’. Ma se c’è una cosa che dobbiamo imparare dagli ‘eroi della quotidianità’ è proprio che non ci si deve mai arrendere, che le difficoltà sono sempre uno stimolo per guardare oltre e trovare un modo per superarle. E, prima ancora, la “normalità” è, semplicemente una prospettiva sulla realtà. Una come tante altre che, per convenzione, abbiamo assunto come modello di riferimento.

Per ciò, è più “normale” un giovane sano e svogliato che trascorre la maggior parte dl proprio tempo solo a giocare alla Play station o uno paralizzato che, la domenica, va a sciare con gli amici?

A Christine manca il coraggio di accettarsi per quello che è, la forza di andare avanti, di reagire, di non vedersi semplicemente come un peso per chi la ama.

Spesso chi non riesce a valorizzarsi, chi si vede come un ostacolo alla felicità delle persone che stanno al proprio fianco, finisce con l’esserlo ed il diventarlo davvero e non riesce, invece, a cogliere gli aspetti positivi della propria esperienza.

Per ciò è sempre, estremamente importante, il contesto, l tessuto relazionale ed affettivo che si costruisce attorno a chi ha qualche patologia o deficit.

Troncare i legami con i propri cari non è mai una soluzione, spesso potrebbe non essere nemmeno un gesto poi così altruistico,invero si tratta di una fuga, di una scelta egoistica.

Ovviamente poi tutto va contestualizzato e capito… però, almeno per onestà intellettuale, non possiamo trascurare anche questa chiave di lettura della tragedia di Chrisitna.

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